Dagli inizi a Bologna alla serie A con la Spal
Un estremo difensore di esperienza, con una storia di vita e di sport da raccontare.
C’era una volta un ragazzino che cullava un sogno, faceva il raccattapalle del Bologna e in campo c’era un certo Roberto Baggio, con il quale quel giovane di belle speranze è arrivato a condividere poi il credo. Quel ragazzino oggi ha 32 anni e difende la porta dell’FCS. Giacomo “Jack” Poluzzi, nato a Bologna, legatosi al club biancorosso con un accordo biennale, ovvero sino al 30 giugno 2022 ha assunto nella scorsa estate il compito di presidiare la porta biancorossa, di essere il primo uomo dello schieramento, l’ultimo ad arrivare nel gruppo di compagni che esultano dopo un gol e l’ultimo che può metterci una mano per decidere il risultato.

Il numero 1 biancorosso, 186 centimetri, due buoni mani ma anche due piedi, che non sono poca cosa per un portiere, proviene dalla Virtus Francavilla, serie C girone C, con cui ha raggiunto i play-off. Alle spalle una lunga carriera, ricca di squadre e di episodi, di emozioni e di sensazioni.

Jack, ci racconti il primo campitolo?

“Ho cominciato a giocare a 5 anni come giocatore di movimento. Quando sei piccolo ti fanno provare tutti i ruoli e anche a me è toccato il ruolo di portiere, mi piacque fin da subito, tuttavia per qualche anno ho fatto un po’ e un po’: giocatore di movimento e portiere. Prima con la casacca dell’Iperzola, poi con quella la Ceretolese per poi iniziare da esordiente la trafila nelle giovanili del Bologna. A 9 anni, Paolo Cimpiel, vincitore di una Coppa Mitropa nel 1961 e vincitore dello scudetto del 1964 con il Bologna, mio allenatore nelle giovanili mi chiese di fare una scelta e optai per fare il portiere, pensando che da giocatore di movimento sei più soggetto a subire qualche duro colpo”.

A quali tecnici sei maggiormente legato?
“Sicuramente mi hanno insegnato molto tanti allenatori, in particolare Christian Ferrante nelle giovanili del Bologna e poi Simone Preti al Crevalcore, nel primo anno in serie D da titolare con 33 presenze a 17 anni. Mi insegnò la cultura del lavoro e del sacrificio per arrivare a dei risultati. Successivamente Cristiano Scalabrelli, che è stato mio allenatore per cinque anni tra Giacomense e Spal e poi tutti gli altri. Da ognuno ho imparato qualcosa di nuovo e di importante”.

Nel 2005-2006 il Crevalcore, poi ancora serie D, questa volta a Carpi, com’è andata?
“Dopo il primo anno in D sono rientrato dal prestito al Bologna e sono stato acquistato dal Carpi: 34 gare, per poi passare, nel 2007-2008 alla Giacomense, squadra di serie D di Masi San Giacomo, frazione di Masi Torello in provincia di Ferrara: 30 presenze e campionato vinto. Ancora serie D nel 2008-2009 con la maglia dell’Este con 31 gare, quindi il Città di Castello, prima di altre tre stagioni di fila con la maglia della Giacomense, fino cioè alla fusione della società con quella che è diventata la Spal attuale”.

28 gare nel 2010-2011, 17 nel 2011-2012, 26 nel 2012-2013 con la squadra di Masi San Giacomo in C2-Lega Pro prima dei due anni in serie C (2013-2014 e 2014-20015) ad Alessandria con 27 gettoni di presenza. A seguire le due annate (2015-2016 e 2016-2017) con la casacca della Fidelis Andria, in serie C: che ricordi conservi di questo periodo?
“E’ il periodo in cui sono maturato calcisticamente. Non dimenticherò mai l’esordio in uno stadio imponente come il Via del Mare a Lecce con la maglia da titolare della Fidelis Andria con mister Luca D’Angelo. Arrivavo da un periodo brutto, l’anno prima era morto mio padre e ad Alessandria, in scadenza di contratto, avevo perso il posto da titolare. Ritrovare la gioia di stare tra i pali, il successo per 3-1 sul campo di una corazzata come il Lecce con una squadra giovane come la Fidelis Andria sono state emozioni forti, preziose per riprendere quota. Poi tante emozioni con la Spal: dalla vittoria in serie B alla salvezza in serie A, conoscendo tanti giocatori importanti, dei quali fino all’anno prima attaccavo le figurine sull’album. Pur non avendole vissute in campo sono state emozioni forti”.

Con la Fidelis Andria 31 gare il primo anno con otto gare senza reti e un record di imbattibilità durato 753’, 12 gare il secondo anno, caratterizzato dal passaggio alla Spal, in serie B dove hai trovato la proprietà della Giacomense, che nel frattempo aveva iniziato il nuovo corso degli estensi. E’ stato un ritorno a casa?
“Più o meno. Nel gennaio del 2017 sono arrivato alla Spal e ho debuttato in B il 18 maggio 2017 contro il Bari. Campionato vinto e due stagioni da terzo portiere in serie A con gli estensi del presidente Walter Mattioli e la famiglia Colombarini, con i quali avevo condiviso l’esperienza alla Giacomense. Una presenza in serie A nella stagione 2018-2019 nel match vinto dalla Spal 4-0 al Bentegodi di Verona, il 4 maggio 2019, quando mister Leonardo Semplici mi schierò al posto di Emiliano Viviano”.
Giacomo Poluzzi: Il calcio, tra famiglia e fede
Nel settembre 2019 il passaggio alla Virtus Francavilla: 21 gare (8 a zero): 19 gare di campionato, una di play-off e una gara di Coppa Italia di serie C, che stagione è stata?
“Una buona stagione con un po’ di rammarico per la gara del primo turno dei play-off ad eliminazione diretta in casa del Catania, impostosi 3-2 al “Massimino” ribaltando il risultato con un gol decisivo al 90’. Il Francavilla dopo 20’ era avanti 2-0”.

Cos ti piace fare nel tempo libero?
“Nel tempo libero ora mi occupo soprattutto della famiglia e dei bambini. Mi piace conservare i rapporti con i molti giocatori con cui ho instaurato ottimi rapporti, mi piace leggere, mi piace tantissimo sciare, una passione che ho dovuto abbandonare giocando a calcio. Lo sci è stata una grande passione giovanile che ho coltivato con il mio compianto babbo sulle splendide piste della val Badia. Mi piace consultare libri di meditazione”.

Hai abbracciato la fede buddista, quando e come?
"E’ una scelta che mi ha arricchito tanto e mi trasmette sensazioni positive. Mi sono avvicinato al buddismo nell’anno infelice della scomparsa di mio padre e della difficoltà di quel periodo negativo. La fede mi ha aiutato a riprendere in mano la mia vita, diventandone il regista. E’ stato grazie ad un mio ex compagno di squadra ai tempi dell’Alessandria che ho conosciuto il buddismo, i cui principi ispirano il mio modo di vivere fuori e dentro lo spogliatoio, nella quotidianità, nelle relazioni con il prossimo”.

Ci parli della tua famiglia?
“La famiglia è alla base di tutto, la cosa più cara e importante. Ci sono mia moglie Alessia e due bambini di 5 anni e 2 anni e mezzo, Niccolò è il grande, Leonardo il più piccolo. Sono orgoglioso di loro”.

Quale ambiente hai trovato in Alto Adige?
“Ribadisco di essere fiero e orgoglioso di essere approdato in una realtà che mi ha voluto fortemente per essere parte integrante di un progetto in evoluzione costante. Qui si può fare calcio in un ambiente ideale: strutture importanti, grande organizzazione e visione lungimirante. Dal punto di vista tecnico siamo impegnati in un girone difficile e di ottimo livello. Da parte nostra c’è la ferma volontà di dare sempre il massimo per fare il meglio possibile, siamo un gruppo coeso, con delle grandi qualità sia calcistiche che umane. Il nostro compito è quello di stare il più in alto possibile e cercare di contrastare al meglio realtà di indubbio valore”.

Cosa pensi di quello che sta accadendo? Durante il lockdown non sei rimasto con le mani in mano …
“Durante l’emergenza, spinto da analoghe iniziative dei miei ex compagni alla Spal cercai di fare qualcosa nel mio piccolo. A Francavilla, d’intesa con la società, decisi di promuovere una raccolta fondi, che in una quindicina di giorni consentì l’acquisto di un ventilatore polmonare per il pronto soccorso dell’ospedale. La grande speranza è che la situazione migliori quanto prima e che si riesca ad arrivare a una cura per tornare alla normalità”.

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